flusso della coscienza (privo di freni inibitori)

8/09/2007

Yahoo! e caso Shi Tao: nuova vergogna

Come noto, negli USA il denaro e il lavoro sembrano contare più di ogni altra cosa. Ma quando Yahoo!, Google e Microsoft l'hanno fatta troppo grossa, adeguandosi zelantemente ai diktat liberticidi e alle misure censorie del governo cinese, il Dipartimento di Stato USA ha costituito un gruppo di lavoro con l'obiettivo di "analizzare il modo in cui i regimi repressivi utilizzano la tecnologia per rintracciare e reprimere i dissidenti e per limitare l'accesso all'informazione politica" e per capire come la censura imposta da un Paese estero impatti le società americane. Inoltre, ha chiesto a Michael Callahan, Senior Vice President e General Councelor di Yahoo! di riferire ad una commissione in merito alla vicenda di Shi Tao, il giornalista cinese che, grazie alla solerte collaborazione della filiale cinese della multinazionale USA con la polizia politica, oggi sta scontando una condanna di dieci anni per aver mandato una e-mail. La testimonianza del boss della dot.com è irritante nel suo ipocrita quanto inconsistente tentativo di allontanare da Yahoo! le responsabilità per l'accaduto, ma contiene un dato importante: secondo la ricostruzione dei fatti di Callahan, la società non era al corrente di che tipo di indagini la polizia di Pechino stesse effettuando su Shi Tao. Questo elemento è importante, perché, se fosse provato, sarebbe un argomento a favore di Yahoo!: non potendo sapere se il giovane fosse ad esempio sospettato di pedofilia o di assassinio, avrebbe agito in buona fede rispettando le leggi del Paese ospite. Ma lo scorso 29 luglio la Fondazione Dui Hua (che si occupa di diritti umani in Cina) ha tirato fuori un documento (apparentemente autentico) nel quale la polizia cinese, nel richiedere alla società di fornirle i dati relativi al nome che si celava dietro all'account di posta elettronica di Tao e i log delle sue navigazioni su internet, spiegava che si trattava di un'indagine per sospetta diffusione di segreti di stato a soggetti esteri. Se il documento è vero, ci sono due conclusioni molto inquietanti da trarre: 1) Callahan ha mentito al suo stesso governo; 2) Yahoo! ha deliberatamente fornito i dati di un suo cliente alla polizia a seguito di una richiesta chiaramente mirata alla repressione del dissenso (la formula dello "spionaggio" è una classica accusa dei processi politici).

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8/07/2007

My bush would be a better president

A dispetto delle proteste degli attivisti dei diritti civili e con il voto favorevole di 57 Democratici nelle due Camere, Bush ha rubato un altro pezzo di libertà ai cittadini di tutto il mondo: poco prima della mezzanotte di sabato, infatti, il Congresso ha approvato il "Protect America Act", che, con il pretesto di aumentare la sicurezza e prevenire attentati, consente alle agenzie governative di intercettare telefonate ed e-mail senza preventiva autorizzazione preventiva dall'autorità giudiziaria. Intendiamoci, niente di nuovo, dato che subito dopo gli attacchi dell'11 settembre, George Bush ha emesso un ordine (segreto) che autorizzava la NSA a spiare i cittadini senza "formalità". Il fatto che una legge del 1978 vietava simili pratiche, l'autoproclamato "comandante in capo" non se ne curò più di tanto, anzi si dichiarò convinto che i poteri "straordinari" giustificati dallo "stato di guerra" gli davano il diritto "non scritto" di bypassare la norma (!). Anche se a gennaio Roberto Gonzales (Attorney General, la figura giuridica che rappresenta gli Stati Uniti d'America in tribunale, e consulente del Presidente) annuncia una verifica sulla legittimità della auto-autorizzazione bushiana, il tribunale chiamato a valutare il caso emette una sentenza salomonica, che di fatto ancora consente intercettazioni illegali. Fino a che un altro giudice lo dichiara illegittimo causando la chiusura del progetto. Ma il provvedimento cacciato dalla porta rientra in gran pompa dalla finestra, con la benedizione del Congresso e sostanzialmente potenziato nella sua carica liberticida, attraverso una legge confezionata ad hoc e votata zelantemente da cospiratori repubblicani e fremebondi democratici. Come osserva il Boston Globe, la nuova legge obbliga le compagnie telefoniche a mettere a disposizione del governo le proprie strutture, assicurando loro l'immunità se per caso venissero citate in giudizio da qualche cittadino imbufalito per violazione della privacy: questo è il primo passo indietro, dato che da fine 2001 a ieri le società di tlc partecipavano al programma solo volontariamente (ed infatti alcune sono state trascinate in tribunale dai clienti). Come se non bastasse, mentre prima era possibile spiare una persona solo se sospetto terrorista, spia o criminale, oggi può diventare oggetto di intercettazione (legale) "ogni comunicazione diretta a persone che ragionevolmente si ritengano essere localizzate fuori dagli USA": in altre parole, da sabato la NSA potrà registrare conversazioni ed e-mail se entrambe le parti si trovino fuori dagli USA, perfino se uno delle persone coinvolte è cittadino americano o se la chiamata o il messaggio di posta è smistato tramite un hub sul suolo americano. Lo scandalo del Boston Globe è abbastanza comico: spiare un Americano è un atto contronatura, ma ficcare il naso negli affari di Lorenzo e Pasquale è del tutto normale, anzi auspicabile.

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7/23/2007

Il mito della privacy su internet

Il Financial Times di oggi pubblica un articolo di John Gapper molto critico nei confronti di Google e del modo disinvolto con cui il gigante USA gestisce la privacy dei suoi utenti. Ad esempio, YouTube (controllata Google) da un lato chiude tutti e due gli occhi di fronte alle violazioni di diritti d'autore commesse dai suoi utenti che caricano in rete video coperti da copyright, mentre dall'altro mette a disposizione algoritmi-filtro per impedire che lo stesso accada per contenuti di "proprietà" delle major con cui ha fatto accordi commerciali (Warner e Universal). Evidente è l'arroganza con cui Eric Schmidt, CEO del gigante californiano, ha definito "transitoria" la resistenza di un social network (Facebook, molto popolare tra gli studenti universitari) deciso ad impedire a Google l'accesso ai dati contenuti nelle pagine dei suoi utenti registrati. Se qualsiasi oggetto postato su Facebook (post, foto, musica) fosse accessibile a tutti sul motore di ricerca più diffuso al mondo, il social network perderebbe molto dell'appeal che esso ha presso il pubblico adulto, sostiene Gapper, apparentemente convinto del fatto che Facebook sia più rispettoso della privacy rispetto ai concorrenti. Le cose, in realtà, sono molto diverse. Infatti,
a. ci sono elementi per ritenere che questo social network sia la rivisitazione privatistica del progetto federale IAO (Information Awareness Office) che se solo da un'indagine del Congresso che lo dichiarò illegale, avrebbe raccolto e centralizzato ogni sorta di informazione sui privati cittadini, dai siti visitati alla storia degli acquisti con carta di credito, dall'acquisto di biglietti aerei alle diagnosi mediche, dai voti all'università alle infrazioni al codice della strada, utilizzando sofisticate tecnologie di data mining. La CIA e il Dipartimento della Difesa, anche dopo la fine di IAO, non hanno mollato la presa, e hanno deciso di continuare a perseguire i loro scopi di controllo sociale usando l'impresa privata.
b. a conferma di quanto sopra detto, Facebook, quando era ancora solo una tra le tante dotcom, ricevette sostegno finanziario da Accel, il cui manager, James Breyer, era membro del board di BBN Technologies (tra i pionieri di ARPANET, la rete militare oggi nota come Internet) e, assieme a Gilman Louie, CEO of In-Q-Tel, una società della CIA, sedeva nell'organismo direttivo della Associazione Americana di Venture Capital (NAVC). Il CEO di Facebook è stato Anita Jones, membro del consiglio di In-Q-Tel, ex Direttore del Defense Research and Engineering presso il Ministero della Difesa USA, ex consulente del Secretary of Defense ed ex responsabile della DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) l'agenzia che partorì l'idea di IAO; c. concludendo, se usate Facebook, state mettendo i vostri dati personali direttamente nelle fauci della CIA. Ma non finisce qui: le clausole contrattuali sulla privacy e sul diritto d'autore che i membri del network devono firmare comprendono: 1. una manleva completa che consente a Facebook di fare qualsiasi cosa dei contenuti da voi messi in rete; 2. il diritto di Facebook a "cercare informazioni su di voi da altre fonti, quali giornali e servizi di instant messaging. Queste informazioni sono raccolte che facciate o meno uso del sito internet." Tutto sommato preferisco Google...

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7/10/2007

Padroni o possessori di dispositivi digitali?

Il mio telefonino mi infastidisce: nel silenzio fitto della notte, rotto solo dal ticchettare della tastiera del computer, lo sento lamentarsi emettendo un bip particolarmente fastidioso. Il bip serve a farmi sapere che in quell'angolo della casa, anche se le altre funzioni sono operative, il cellulare non può ricevere messaggi di testo push (notizie, borsa eccetera). Cose che io non uso, ed il cui mancato funzionamento non mi crea alcun problema, a parte il fastidio del gemito elettronico. Questo è solo un piccolo esempio di quello che l'elettronica commerciale, messa nelle mani di una manciata di monopolisti, ci riserva per il futuro: pagando bei soldi crediamo di diventare padroni di dispositivi prodotti anche con lo sfruttamento in paesi lontani, questo si sa; inoltre, sempre più spesso noi siamo solo i possessori dei vari apparecchi che ci hanno venduto, perché ormai è pratica comune che i software, tanto quelli tradizionali che quelli encoded nell'hardware, siano codificati non per rispondere ai bisogni (qui ci sarebbe da aprire una grande parentesi) di chi li possiede, ma alle esigenze di profitto di chi li ha costruiti e commercializzati.

Se l'acronimo D.RM. (“Digital Rights Management”) non vi dice niente, è perché Microsoft, Apple e Sony finora hanno fatto di tutto per tenervene all'oscuro. Con questa sigla si indica una serie di tecnologie finalizzate al controllo delle copie di materiale coperto da copyright. A fine ottobre 2005 si è scoperto che la Sony aveva installato in alcuni CD musicali un virus ("rootkit") capace di nascondersi da Windows, e di comunicare informazioni sui comportamenti di consumo direttamente alla corporation. Il caso citato, pur clamoroso, è solo un esempio di quello che le grandi corporation globali sono disposte a fare pur di proteggere i propri profitti a costo di fare scempio delle elementari regole del diritto, della correttezza commerciale e del buon senso. Non basta: D.R.M. (che noi preferiamo rendere con “Digital Restrictions Management”) può perfino rappresentare una minaccia per la democrazia. Gli attivisti delle libertà digitali sottolineano che il fatto che i dispositivi elettronici di uso quotidiano (computer, telefonini, palmari eccetera) si comportino in maniera conforme a quanto stabilito da un terzo, anche a dispetto delle nostre istruzioni, è inaccettabile, e lamentano lo scarso interesse dei media per una questione così scottante. Per usare le parole di Georg Greve della F.S.F.E. (Free Software Foundation Europe), “benché DRM cambierà molte regole essenziali della società, non esiste dibattito politico sul merito di questi cambiamenti, e sul fatto che essi siano o meno desiderabili per la società stessa. Ciò accade in parte perché la maggioranza delle persone crede che questo fenomeno non la riguardi, ed in parte perché quelle persone forse non hanno mai sentito parlare di DRM, ovvero hanno ricevuto informazioni in merito dalle stesse società che traggono profitto dall'utilizzo di questa tecnologia.

Le tecnologie DRM dovrebbero essere considerato illegale perché grazie al loro impiego:

1- saranno sempre più le multinazionali a decidere che cosa fare con il nostro computer, quando, quante volte e a quali condizioni;

2- l'interesse dell'utente è secondario rispetto a quello del produttore;

3- tu diventi il nemico numero uno per il tuo computer, che si comporterà di conseguenza;

3- la sicurezza del tuo sistema è a rischio: DRM crea delle aree “proibite” nel sistema, con conseguenze imprevedibili sulla sicurezza (sono stati registrati casi di virus basati sul rootkit di Sony, tanto per fare un esempio)

4- il diritto di proprietà sui consumi culturali legalmente acquistati diventa relativo: infatti, la fruizione in tanto è possibile in quanto il produttore decide di manutenere il sistema. Se viene meno la manutenzione, cessa la fruizione, il tuo album, il tuo video, il tuo ebook… evapora

5- la democrazia è a rischio: infatti, i governi non sono immuni dagli effetti della DRM. Se infatti useranno sistemi operativi ed applicativi DRM, non saranno padroni dei dati e delle informazioni che riguardano il loro stesso paese; nello scenario più drammatico, il fallimento del provider di DRM potrebbe impedire definitivamente il loro accesso a tali dati ed informazioni.

Per le ragioni sopra esposte la Fondazione Europea per il Software Libero (F.S.F.E.) pretende:

1. Etichettatura obbligatoria degli apparecchi con DRM installato

2. Depenalizzazione della “circumvention” dell'applicativo DRM se finalizzata a scopi legali (in questo caso, la fruizione di un diritto): in Francia con la legge “Loi sur le droit d'auteur et les droits voisins dans la société de l'information”, chi commette una “circumvention” di DRM è penalmente sanzionabile

3. Fuori i DRM dall'arena politica

4. Servizi Pubblici per il pubblico: tutti i servizi pubblici devono essere disponibili per tutti i cittadini, anche quelli che usano software libero.

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