flusso della coscienza (privo di freni inibitori)

10/01/2007

Violenza carnale del marito: c'è voluta la Cassazione...

Questa volta non ma la prendo con la suprema corte e con i suoi ermellini, ma con la barbarie tipica del mio paese. La sentenza n. 35408 del 25 settembre 2007 ha decretato che un uomo che costringe una donna ad un rapporto sessuale commette un reato, anche se tra i due esista un rapporto coniugale o para-coniugale. Benché tautologica, questo pronunciamento farebbe onore al giudice che l'ha emesso, se solo non arrivasse fuori tempo massimo. Ripercorriamo dunque la vicenda sulla quale la Cassazione è stata chiamata ad emettere il suo giudizio: storia triste e penosa di una donna del sud con un passato di violenze, costretta a subire pugni, calci ed abusi sessuali anche dal marito, che maltratta anche il figlioletto; sei anni di questo calvario, e poi, due anni dopo la separazione, il gentiluomo trascina la poveretta in Calabria, presso la casa del cognato, dove, forse in ricordo dei bei tempi andati, la stupra di nuovo. Scatta, finalmente, la denuncia penale. In un paese normale, una volta provati i fatti, quest'uomo sarebbe stato velocemente condannato e avrebbe passato un periodo in carcere a riflettere su sé stesso e sul suo uccello... Ma siamo in Italia, per cui un avvocato può sostenere liberamente che tra moglie e marito esista in ogni caso un "consenso putativo" al rapporto sessuale, in grado di mitigare, quando non di lavare via la violenza - e nessuno ha riso. Anzi: ci sono voluti tutti i gradi di giudizio per confermare che uno stupro è uno stupro e che le relazioni giuridiche o di fatto in essere tra vittima e carnefice non cambiano di una virgola l'orrore del fatto e che non esiste per la legge italiana il diritto al sesso, nemmeno tra coniugi o conviventi. 6 anni per scoprire l'acqua calda. Ma forse stupirsi ed indignarsi è fuori luogo. Una misura dell'arretratezza culturale in cui si dibatte l'Italia si ricava dal fatto che, ho appreso da un forum, c'è voluta una legge del 1996 (la 66 del 15/02/1996) per stabilire che lo stupro non è un delitto contro la morale e contro il buon costume (pubblici) ma contro la persona. Per avere un'idea di quello che accade altrove, negli Stati Uniti, nel lontano 1975 lo stato del Sud Dakota ha per la prima volta stabilito che la relazione coniugale non costituisce impedimento per agire legalmente contro lo stupratore che violenta la moglie (o la ex moglie, o la moglie da cui è separato); già dal 1993, questo principio vale per tutti gli stati dell'Unione, anche se, a quanto si legge qui, in ben 33 Stati sono previste attenuanti in caso di "spousal rape".

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9/26/2007

Due belle spallate ad una legge di merda voluta dai preti

Stamattina su Viva Voce (Radio 24) ho avuto il piacere di sentire Carlo Flamigni, che mi è sembrato una bella persona, piena di sapere, saggezza, buonsenso e vis polemica. Ma l'ho pagata cara, perché mi è stata anche inflitta Assuntina Morresi, oscura docente di chimica presso l'università di Perugia, un essere la cui povertà spirituale è pari solo alla cieca idiozia del suo dogmatismo.
Nel corso della trasmissione, Flamigni si è scandalizzato per il livello imbarazzante delle argomentazioni della Morresi, tanto strampalate quanto arroganti e prive della benché minima sensibilità ed intelligenza. Ma chi è costei (che, ci crediate o no, è membro del comitato di bioetica per meriti di tessera politica e di incenso) questa donnetta genuflessa e legnosa che si permette di giudicare le vite degli altri? Con quale coraggio mette sullo stesso piano una persona segnata da una grave malattia genetica (la talassemia) ed un embrione che ha una possibilità su quattro di dare vita ad un bambino malato? Oggi la scienza ci consentirebbe di verificare se questo embrione sia a rischio e quindi evitare di giocare con la roulette del caso impiantandolo. Ma Assuntina scuote la testa: ha deciso che quell'embrione, che forse non è sano, è però certamente santo e che, dato che è stato creato, verrà messo al caldo nell'utero di una donna, costi quel che costi. Tanto l'utero è quello di un'altra. Ma se toccasse a lei la scelta di intraprendere una gravidanza installando nel suo corpo un embrione che ha il 25% delle probabilità di trasformarsi in un bambino che soffrirà tutta la sua vita e che forse non diventerà grande, lo farebbe? Secondo me, no. Ma supponiamo che la buona cristiana decida di vivere in coerenza con i suoi (esecrabili) "principi" (che io non esito a chiamare disvalori) e decida dunque farsi impiantare l'embrione a rischio (anzi gli embrioni a rischio, come prevede la legge): sarebbe una scelta personale, legittima benché folle. Ma la Morresi vuole costringere tutte le coppie d'Italia e fare la stessa cosa, e per giunta pretende anche che siano contente. In fondo, argomenta dottamente, quel capolavoro di legge non è fatta per "scegliere" i figli, ma per "farli nascere": deve essere per questo che dopo l'approvazione e il deprimente esito della consultazione referendaria centinaia di coppie vanno in Spagna o in Turchia (!) a sottoporsi alla fecondazione artificiale che in questo Paese non è più legale. Ma ci sono buone notizie: alla Morresi e ai preti che essa rappresenta così bene tapperà la bocca l'offensiva giuridica messa in atto dalle coppie, che sta attaccando, con un successo che non mi aspettavo, due punti chiave di quella porcheria di legge scritta sotto dettatura del vaticano (la 40/2004). Il giudice Maria Grazia Cabitza del tribunale di Cagliari ha obbligato i medici a procedere alla diagnosi preimpianto di un embrione creato dalle cellula uovo di una portatrice sana di talassemia. Secondo la Cabitza, la legge 40 non vieta esplicitamente questa pratica - al massimo sarebbero le sue disposizioni attuative ad essere più chiaramente contrarie a questa pratica. Inoltre vietare la diagnosi preimpianto riserverebbe alla futura mamma che concepisce naturalmente un trattamento più vantaggioso rispetto ad quello che tocca ad una donna costretta a ricorrere alla fecondazione in vitro, violando così la Costituzione. Così cade una prima pietra angolare della legge 40: la diagnosi preimpianto non è vietata! Evviva. Un'altra follia della legge 40 era l'obbligo di creare un massimo di tre embrioni alla volta e di impiantarli tutti. Questa bella idea è molto dannosa per la donna (costretta a sottoporsi a vari cicli di stimolazione ovarica in caso di insuccesso) e per il nascituro (l'impianto di tre embrioni rischia di dar luogo a gravidanze plurigemellari con rischi di aborto prematuro e di malformazioni). Ora, il regolamento attuativo (che forse è stato scritto da gente meno cretina di chi ha partorito la legge 40) prevede che non si possa obbligare la donna all'impianto forzoso dei tre embrioni: questa scelta di buonsenso ha buttato giù un altro pezzo importante della legge: molte coppie infatti oggi diffidano i ginecologi ad impiantare tutti e tre gli embrioni e la cosa più bella è che la Morresi non può farci niente. In conclusione, questa legge demenziale sta crollando sotto il suo stesso peso e quando qualche persona di buon senso la butterà definitivamente nel cesso della storia sarà già del tutto inapplicata.

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7/20/2007

Salvatore Carai, indegno politicante

Per Salvatore Carai, sindaco di Montalto di Castro, investire i soldi dei cittadini nella difesa legale di un gruppo di stupratori è un buon investimento. Nel paese della detenzione preventiva, delle prescrizioni e delle assoluzioni scandalose, dei giudici politicizzati, nel paese dove all'abbondanza di leggi corrisponde una tragica assenza di giustizia, vive un campione di garantismo: tanto forti sono le sue convinzioni che ritiene corretto che la collettività si faccia carico delle spese legali relative al processo ad otto subumani che hanno stuprato in gruppo per ore una ragazzina di 15 anni. Che Carai sia un vero politicante italiano, lo dimostrano le sue dichiarazioni a caldo, subito dopo l'esplosione dello scandalo. La premessa è tipica: "L'idea non è stata mia" - riusciremo a vedere in questo paese un politico che, messo di fronte alla propria condotta riprovevole, dica "mi dispiace, ho commesso un errore"? Possibile che nel nostro DNA sia scolpito il concetto perverso che il potere, con i suoi privilegi e le sue prerogative non ha niente a che fare con la responsabilità che è la ragion d'essere di quel potere? "Mi sono limitato, in assoluta buona fede, a fare quello che mi è stato esplicitamente chiesto con una lettera circostanziata dalle assistenti sociali del Tribunale dei Minori di Roma." prosegue imperturbabile Carai. "Mi si domandava di aiutarli a trovare un'occupazione, ritenuta indispensabile per il loro recupero sociale. Così ho fatto, impegnandoli nei cantieri scuola". Anche ammesso che il sindaco non stia mentendo, mi è rimasta impressa la mollezza della giustizia e delle strutture sociali italiane: lo stupratore viene analizzato dagli assistenti sociali (una spesa veramente superflua, usare i soldi pubblici per scandagliare quei tre grammi di materia grigia), mentre la vittima viene abbandonata a se stessa, magari con il solito sospetto inoculato dagli stessi autori della violenza, che "tanto quella puttana ha avuto quello che si meritava, ci stava eccome". Non solo, ma si perde tempo e denaro per cercare loro un lavoro. Sì, un lavoro, avete capito bene. Molti ragazzi per bene studiano, si impegnano e fanno una fatica terribile per trovare lavoro, per guadagnarsi sussistenza e dignità - ma per gli stupratori si apre una corsia preferenziale, al solo scopo di costringerli a tenersi l'uccello dentro i pantaloni. "Qualche famiglia – ricorda Carai – mi ha detto di non essere in grado di sostenere le spese legali e di non fidarsi della difesa d'ufficio. Ho pensato che aiutarli, facesse parte del sostegno che il tribunale mi ha chiesto." Bene, quindi è normale per un qualsiasi peone finito, magari innocente, nel labirinto kafkiano dei tribunali italiani doversi accontentare di un difensore d'ufficio, ma se si è commesso uno stupro, beh, in quel caso non ci si può accontentare di un qualsiasi pivellino offerto dallo stato... ci vuole un penalista serio. Non solo è necessario difendersi nel modo più consono, ma, in modo così tipicamente italico, non bisogna pagare mai. La rottamazione di quegli scarti umani deve essere pagata con le tasse dei pochi cittadini onesti pelati dal fisco. Quest'uomo mi ripugna enormemente, questo paese anche.

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7/15/2007

Financial Times: stavolta hai toppato!

L'articolo di Adrian Michaels pubblicato sul Financial Times del 13 luglio contiene alcune amare verità, alcune mezze verità e parecchia ipocrisia. Innanzitutto desidero sfatare la favola secondo cui in Italia le pubblicità contengono più nudità femminili che in altri paesi: a me è bastato fare un giro di due minuti su internet per trovare due esempi di messaggi pubblicitari made in the U.K., in cui il corpo femminile viene esibito in maniera disinvolta (nell'immagine a fianco, Joanna Gardimer boss di Elave esibisce le sue morbide forme a scopo commerciale). Insomma credo che lo scandalo (presunto) di Michaels di fronte alle rispettabilissime tette della velina italiana testimonial di una nota compagnia telefonica sia ascrivibile a semplice pruderie d'oltremanica. La bellezza (femminile) è sempre stata un mezzo un po' disonesto per attirare l'attenzione, non solo perché, come qualche ultrà femminista è pronta a replicare, il mondo sin dall'antichità è stato foggiato ad uso e consumo del maschio. A parte il fatto che sono sempre più frequenti gli uomini nudi o seminudi negli spot italiani, un bel corpo, maschile o femminile, suscita in tutti desiderio ed emozione: nell'etero dell'altro sesso e nell'omo dello stesso scatena il desiderio di ammirarlo e onorarlo con il contatto fisico; ma anche i membri dello stesso sesso e gli omo dell'altro sesso (disinteressati fino a prova contraria) provano ammirazione e piacere (forse un po' di invidia) esattamente come davanti ad una opera d'arte.
I dati statistici e i fatti concreti che vengono pubblicati qua e là nell'articolo, invece, sono interessanti, fotografano correttamente un paese in piena regressione, anche se non riescono a mettere a fuoco le vere cause del declino. Alcuni esempi: l'epidurale nel nostro paese continua ad essere un fastidioso extra con cui alcune eccentriche un po' snob intendono sottrarsi al loro dovere di partorire con dolore, sancito da preti (maschi) che fingono di aver fatto voto di castità (purtroppo questo è verissimo, ma il bravo cronista, se avesse voluto andare un po' oltre al mero colore, avrebbe potuto analizzare il fenomeno aborto in Italia). I dati dell'I.L.O. (International Labour Organization) sulla presenza femminile nelle stanze dei bottoni collocano l'Italia avanti a Cipro, Egitto e Corea del Sud - tuttavia, se è giusto e necessario che le donne possano conquistare posizioni di potere, non sono affatto sicuro che con una maggior presenza femminile in quei consessi oggi dominati da vecchi uomini o da amici dei potenti, le cose andrebbero meglio. Se poi il part-time in Italia vale il 15% della forza lavoro (36% in Olanda, 23% in Gran Bretagna) dobbiamo ringraziare i sindacati italiani e il loro modo impagabile di proteggere i diritti dei nullafacenti e dei privilegiati. I datori di lavoro, costretti a sopportare spesso risorse inefficienti, tendono a diventare brutalmente rigidi nei confronti di tutti gli altri lavoratori. Se poi i negozi restano chiusi il lunedì mattina e se in generale la vita è molto più complicata che in altri paesi, lo dobbiamo non al maschilismo dominante, ma al fatto che il nostro è un paese ingessato, allergico ad ogni forma di liberalizzazione, capace di mostrare le unghie solo quando le rendite di posizioni vengono minacciate (vedere il caso dei tassisti e la pantomima degli studi di settore).

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7/05/2007

Una donna che non si nasconde dietro un dito

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7/04/2007

Anche io sono Hina Saleem

L'11 agosto dell'anno scorso il volto dolce e sorridente che vedete nell'immagine a fianco è solo una fotografia: i parenti più stretti di questa bella pachistana immigrata in Italia (il padre, il genero del padre e due zii) l'hanno sgozzarla per punirla della sua insubordinazione (aveva rifiutato di assecondare i piani dei genitori e si comportava in modo incompatibile con i dettami del Corano - forse perché si intestardiva ad amare chi voleva lei, forse perché qualcuna delle magliette che indossava lasciava intravedere la pancia). Va detto comunque che questi uomini così pii che l'hanno scannata (con la connivenza più o meno esplicita della di lei madre) l'hanno però seppellita con il capo rivolto verso la Mecca. C'è voluto un anno, ma finalmente inizia il processo contro questa banda di degenerati. Alcuni aspetti di questa vicenda e di tutto ciò che ci gira attorno anche in termini di libertà, diritti civili, laicità, diritti delle donne, integrazione dei musulmani nelle società occidentali, giustizia giusta, mi lasciano perplesso:
1) ai quattro assassini la giustizia italiana ha concesso il rito abbreviato, che consente la riduzione della pena. Anche se, pure con lo sconto, i quattro balordi comunque rischiano 30 anni di carcere, non capisco perché mai si debbano concedere benefici a chi si è macchiato di un delitto orrendo, caratterizzato dalla doppia aggravante di essere causato da motivazioni religiose e di essere diretto verso un membro della propria famiglia. Altro che rito abbreviato! 2) il giudice ha rigettato la richiesta dell'ACMID (un'associazione di donne marocchine) di costituirsi parte civile. Al di là delle mille giustificazioni che i vari azzeccagarbugli potrebbero trovare per giustificare la scelta del giudice (una donna) io credo che accogliere questa istanza sarebbe stato un modo per far passare l'idea che quello che è accaduto a Hina è una cosa che riguarda tutti noi. Tutti noi siamo responsabili per non aver vigilato, per non aver fermato quella mano molto tempo prima che calasse il suo fendente 3) a Brescia non si sono viste persone di sinistra (come se i diritti delle donne, in primis quello all'integrità fisica non fossero un tema di sinistra) - ed è così che si è data alla nota sociologa Santanché l'occasione di monopolizzare la passerella, obbligando recalcitranti giornalisti a scrivere qualcosa di lei (di diverso dall'altezza dei suoi tacchi a spillo o del colore del rimmel che usa, intendo). Siamo al paradosso, un solo politico presente, e per giunta di un partito non proprio di origini liberali. Non stupisce invece il silenzio dei soliti mediocri rivestiti di fama per merito di tessera politica (per intenderci i vari Dario Fo e Antonio Tabucchi) sempre pronti a firmare qualsiasi appello intelligente (si dice che il nostro premio Nobel si sia speso per la liberazione dei nuovi BR).

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